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lunedì 28 settembre 2015

Moto a luogo

Da adolescente mi piaceva una ragazza. La scuola era appena finita quando mi accorsi di non avere più tempo. E dire che prima d'allora ero certo che le mie giornate si sarebbero ripetute all'infinito, di sicuro mai avrei potuto immaginare che una cosa così astratta come il tempo si potesse intromettere fra me e lei. Per me tutto era come prestabilito e di aspettare non m'importava. Cosa aspettassi non lo saprei dire, so solo che non avevo fretta, volevo che il nostro rapporto maturasse fino ad incontrarci a metà strada l'uno da l'altra e senza tutte le formalità che a quell'età sono richieste. Ero perlopiù bloccato e dalla timidezza, ma ripensandoci non credo che fu per questo che aspettai fino a non poterlo più fare, più che altro mi piaceva osservarla, a scuola era cosí bella e felice. Cercavo ogni giorno di avvicinarmi un passo di più e senza mai eccedere. Sognavo di corteggiarla segretamente ancora per chissaquanto, di prendermela comoda e di dare tempo al tempo. ci fossero voluti anni l avrei sposata. Sposata? Si, giá la vedevo sull'altare e pensare che di matrimoni non m'intendevo anzi le maledicevo proprio da quando era fallito quelli dei miei. Dovevo aver visto "i bellissimi" di rete quattro la sera prima. Poi andammo alle superiori in città e lì mi resi conto di averla persa, la sua bellezza avrebbe fatto stragi di ragazzi, la sua innocenza si sarebbe spezzata come un ramo secco sotto uno stivale in pelle di lucertola, e poi sapevo che a poco a poco li avrebbe provati tutti uno ad uno. Prima scoprendo e poi impugnando la punta inumidita di ognuno di loro, se la sarebbe passata sul corpo come usava fare con i suoi evidenziatori colorati. Non mi sbagliai, poco tempo dopo non la vidi più, ma su di lei sentivo molte voci. Andó così e da quel momento capii il principio di tutte le cose, il presupposto che ogni ostetrica dovrebbe infilare nell'utero prima di procedere con l'espulsione: "piccolo devi sapere che una volta uscito da quel buco partirà un conto alla rovescia che non puoi fermare ed é giusto che tu sappia che il tempo a tua disposizione non sará mai sufficiente per fare tutto quello che vuoi. Ora se vuoi uscire batti un colpo alla mamma". Realizzare che un gigantesco orologio pende sulle nostre teste mentre tutto intorno a noi é destinato a vivere girando su se stesso per milioni di anni é alquanto triste. Poi dipende dalle correnti di pensiero, gli ottimisti (che sono sempre dietro l'angolo) credono che il tempo serva per farci apprezzare quelle che loro chiamano "le piccole cose", i pessimisti piuttosto che passare i giorni guardando l'orologio che segna la propria fine preferirebbero non essere mai nati. Io so solo che avrei voluto fermare il tempo quell'ultimo giorno di scuola e altre volte in cui mi sono sentito felice, ma il conto alla rovescia non si puó fermare e di certo nemmeno le emozioni possono farlo. Tutto é in continuo movimento, e allora perché aneliamo la felicità? Perché la desideriamo se non può essere definitiva? E se non può essere stabile e definitiva non puó nemmeno essere un luogo, allora cos'è? La felicità non é altro che un moto a luogo, nient'altro. Chissà se la rivedrò mai...

martedì 15 settembre 2015

Claus

"[...] Al quarantaseiesimo minuto si calmò improvvisamente, era il momento, e mi guardò negli occhi: <<Charles con questo buio non riusciremo mai a ritrovare la strada di casa e come ti ho già accennato io ho una fifa tremenda del buio, non ci resisto proprio! Da anni esco di sera determinato e ben riposato, dimentico appositamente la torcia in veranda, e credimi per uno come me non è facile dimenticarsela, poi mi spingo il più lontano possibile dall’uscio di casa finché alle 23,45 i lampioni si spengono e mi ritrovo da solo immerso nell’infinito tentativo di superare questa mia paura e tornarmene a casa. Ma devi sapere che finora non ci sono mai riuscito. Il fatto è che ciò che mi circonda è insignificante se paragonato alla mia inquietudine>> e borbottando qualcosa s’infilò repentino in una specie di boscaglia a lato della via, a pugni si fece strada fra i rami, ne stacco due di netto e scomparve. Colsi la palla al balzo e intimorito da quel personaggio proseguii per la strada senza voltarmi. Allora il suo discorso mi sfuggì, mi preoccupavo troppo di scappare da quell’insolito tizio. Appena ritrovai la cancellata di via Giosuè Carducci, i cavalieri se n’erano andati, spariti insieme alla fioca luce delle luminarie, ma qualcosa dietro di me continuava a schiarire la notte. Mi voltai e fu allora che lo riconobbi. Fuoco! Claus, il lottatore dalle orecchie a cavolfiore era il disgraziato piromane che infiammava la vegetazione e il fegato degli abitanti del paese. Quelle che a me parevano pannocchie per lui erano tante fiaccole imbevute di olio. Sarebbe davvero esilarante se i compaesani venissero a sapere che l’essere spregevole che ha disseminato il terrore nelle loro notti d’estate, altro non è che un grosso pugile fuori fase con la fobia del buio. L’umanità non finirà mai di sorprendermi. Mi fece tanta tenerezza che non raccontai mai a nessuno ciò che avevo visto, ero sicuro che prima o poi ce l’avrebbe fatta a guarire. Benché sapessi che prima di riuscirci avrebbe appiccato ancora qualche fuocherello qua e la. Ma chi ero io per fermarlo? Un uomo non ha il diritto di agire come meglio crede? Non voleva far del male a nessuno, combatteva come fin da piccolo era abituato a fare, lottava per dar sollievo al suo tormento.
Dai libri ho imparato che il principio fondamentale dell’universo è che ad ogni azione ne corrisponde una uguale e contraria. Detto ciò si capisce, o meglio così io ho capito, che dietro ogni opera di bene c’è una sventura, per lo stesso principio per cui per ogni alba c’è un tramonto, per ogni vita una morte, per ogni disastro un po’ di pace. E questo Claus lo doveva sapere. Infatti, in linea con questa teoria, l’omone rispondeva solo ai palpiti e ai brividi del suo cuore e non parve combattuto quando dovette scegliere fra se e il mais. Del resto spetta alla natura pareggiare i conti, non a noi piccoli esseri. Di certo non sarà stato un cittadino modello e nemmeno un filosofo peregrino, ma è stata la persona più umana che io abbia mai conosciuto. Finalmente vidi un adulto spogliato della retorica del giusto e dello sbagliato che si mostra per quello che è: un essere fragile e spaventato che messo all’angolo si scopre egoista e piromane. Quando si è alle corde la giustizia assume una prospettiva diversa e a quel punto anche un pugno sotto la cintura è valido: questo l’ho imparato da Claus, di certo lo doveva sapere, è un pugile. Durante la passeggiata mi confidò che degli specialisti gli avevano prescritto delle pastiglie, <<ne hanno una per tutti i gusti>> mi disse, e tanto riposo. Ma lui di notte continuava a combattere, anche a costo di incendiare il mondo intero, perché il suo istinto già sapeva che di riposo e pastiglie ci sarebbe morto, o peggio. La sua ossessione più grande? Scomparire nel nulla. In questo io e lui siamo simili."

Tratto da "Phollia" 

domenica 13 settembre 2015

Il gusto per il nuovo

Ciò che da sempre mi colpisce del genere umano è la sua ostinata propensione a dividere, raggruppare e poi classificare qualsiasi cosa, dagli animali alle piante fino all'ultima palla di sterco. Più che di curiosità mi sembra che si tratti di una vera e propria ossessione. Entrare in un supermercato al giorno d'oggi è come salire sull'arca di Noè, qualunque varietà di frutta e verdura da ogni angolo del mondo, spezie e cereali di ogni tipo, pesci surgelati oltreoceano che nemmeno Nettuno saprebbe riconoscere, montagne di carne tagliata in milioni di modi diversi, acqua dalle sorgenti di ogni dove, insomma, tutto quello che serve per costruire piccoli mondi prêt-à-porter dove poter consumare le nostre ossessioni. Inizialmente si fa la spesa con cognizione di causa, "solo quello che mi serve" si dice, ma poi subentra la tentazione, l'infantile curiosità di maneggiare, di provare, di mettere in bocca qualcosa che non si conosce  e allora qualcosa cambia, ed è inevitabile, perché questi cibi hanno il sapore e l'odore del nuovo, quello di cui tutti s'innamorano la prima volta che salgono sull'auto nuova o la prima volta che fanno l'amore. E' per questo gusto per il nuovo che i supermercati si riempiono di profumi da tutto il mondo, perché è ciò che più ci tenta, come in un gigantesco bordello a tre piani in cui a forza di maneggiare, di provare, di mettere in bocca sapori diversi si finisce per annegare nel vizio senza mai essere sazi. Perché siamo così assettati da queste vane novità? Innanzi tutto le definisco vane perché non provengono da un interessamento culturale di un qualche tipo, sono solo delle piccole distrazioni quotidiane divertenti quanto quei pupazzetti destinati presto o tardi ad essere dimenticati in qualche cantina. Allora cosa le rende così interessanti? Lo sono proprio perché sono poco impegnative e si possono buttare. Il piacere di scoprire qualcosa di nuovo non è meno travolgente del piacere di sbarazzarsene. Comprare un'auto o demolirne una per fare spazio ad un'altra sono due azioni eccitanti perché danno la sensazione di avere potere. Avere potere sulle cose, sulla natura, sui mari, sulle montagne, sui figli, sulle donne, nulla ci attrae come il potere.
 


 

domenica 6 settembre 2015

Manolo

"[...] <<Scusa ma il tuo sogno mi ha ricordato una delle mie stramberie, piuttosto, sbaglio o hai accennato ad un dottore? Anch’io ne ho uno o meglio l’avevo>> si è girato per ascoltarmi, è la prima volta che lo fa, sembra contento di aver trovato qualcuno che lo possa capire. <<Eccomi, sono qui per sentire la storia di Manolo e scoprire il significato del nostro incontro>> lui arrossisce sussurrando come se si vergognasse: <<Bè… Il mio dottore è uno specialista, mi segue fin da quando ero piccolo, dice che ho una specie di deficit, ci vado da quando ho iniziato a disegnare gli omini svolazzanti>>, ora è davvero imbarazzato, si morde le unghie nervosamente, lo devo tranquillizzare <<Ne ho conosciuti di ragazzi problematici e devo dirti che mi sono sempre piaciuti, in parte credo di esserlo anch’io. Ma cosa intendi per omini svolazzanti?>>, con il dito disegna sul suo finestrino appannato una linea orizzontale con un albero sopra e poi in alto un omino stilizzato che sembra passeggiare nel cielo. <<Le maestre pretendevano che i miei omini dovessero stare appoggiati sulla stessa linea dell’albero>> indicando la linea orizzontale del terreno <<ma io non capivo cosa ci fosse di sbagliato nel mio disegno e ogni volta che mi sgridavano piangevo e mi mordevo le mani. Allora, una mattina la maestra parlò con la mamma e il pomeriggio lei mi portò dal dottore>>, con una mano cancella il disegno dal finestrino e rimette entrambe le sue mani sul volante, <<E perché credevi che gli omini dovessero stare in cielo?>>, è di nuovo concentrato sulla strada come se volesse tagliare il discorso, ma dopo alcuni secondi e con il tono di chi sta dicendo un’ovvietà mi risponde <<Perché gli uomini non sono come gli alberi!>>. Nonostante gli anni di terapia è ancora convinto che gli uomini passeggino nel cielo e lo dice con la convinzione di chi è consapevole delle proprie affermazioni e delle loro conseguenze, mi ricorda Claus, il piromane. <<Anche Galileo fu considerato pazzo perché credeva che la terra era rotonda…>> seguita a parlare mentre il mezzo s’inoltra per una stradina sterrata nascosta dietro una cascata di fronde selvatiche che si fanno guardiane della via. <<Noto con piacere che la terapia non ha funzionato, ma dove stiamo andando?>> gli chiedo, <<E’ una scorciatoia per scendere in paese, è qui che ho visto per la prima volta gli omini svolazzanti>>. Buca dopo buca il sentiero si apre su una breve pianura incolta che dà respiro al chiarore del sole, dal finestrino intravedo uno stagno, <<Ci possiamo fermare un attimo? Vorrei vedere quello stagno>>, siamo fermi e Manolo non sembra intenzionato a scendere, <<Ti aspetto qui>> dice. Apro la portiera, i suoni della natura mi investono esattamente come immaginavo, scendo facendo molta attenzione ai gradini, pochi passi fra gli arbusti e lo scintillare dell’acqua si fa intenso, mi faccio largo tra le frasche bagnate dalla rugiada del mattino, scosto i rami e scopro di essere entrato in una specie d’oasi. Dalla punta delle mie scarpe si srotolano catene di orchidee acquatiche che si distendono tutte verso il centro dello stagno, sulla sponda opposta da un cespuglio s’intravedono le orecchie buffe di un coniglio, nell’aria si ode l’inconfondibile dchàà dchàà della ghiandaia imitatrice e questa erica a fiori rosa, che bellezza! Meglio tornare da Manolo, non vorrei che si metta a rincorre qualche ometto svolazzante e mi lasci solo in questo non so dove, meglio che mi sbrighi. <<L’hai visto?>> urla dal trattore, <<Cosa?>> rispondo mentre cerco liberarmi dall’abbraccio di alcuni ramoscelli. <<L’omino svolazzante. Guarda ce né un altro, lassù!>> e sporgendosi punta il dito per mostrarmelo. In alto, in lontananza, scorgo una figura nera dalle sembianze umane oscurata da un indecifrabile gioco di ombre, è sorprendentemente simile ad un uomo. Ha gambe lunghe e snelle attaccate ad un corpo robusto, braccia e spalle larghe sulle quali poggia una piccola testa ovale. L’omino si sta dirigendo verso il sole dimenandosi come se stesse per perdere l’ultimo treno delle cinque, un airone?[...]"


Tratto da "Phollia"

martedì 1 settembre 2015

"Le robe strane"


"Io immagino gli uomini come delle auto da corsa rosse fiammanti lanciate al massimo su una lunghissima superstrada in direzione del futuro. Tutti sono contro tutti e tutti guidano soli. Si fermano di rado al distributore dei ricordi per fare il pieno e ripartire più carichi di prima. Ognuno di noi è iscritto alla gara per dimostrare di essere il migliore e per superare se stesso e gli altri. In fondo il nostro corpo cos’è se non un bolide lanciato verso la morte? I ricordi a cosa possono servire se non a riempire il serbatoio fino all’arrivo?
Uno stralcio di un tema di quinta superiore? Ah sì! La traccia chiedeva una personale interpretazione del conflitto fra progresso e tradizione, ricordo bene quel giorno perché il tema non lo consegnai affatto e prima del suono della campanella scappai per la paura di non poterlo più rileggere. Il professore d’italiano era un tipo viscido e disgustoso, come il lardo che trasbordava dalla sua cinghia strozzata, gli piaceva portare il riporto ai capelli e un sorriso collaudato sotto i baffi regolarmente inumiditi dalla sua lingua a punta. Non lasciava che gli alunni portassero a casa i temi, si limitava a registrare i voti e poi li faceva sparire. A me piaceva provocarlo andando fuori traccia in ogni tema per fargli intendere che le sue consegne, a cui era molto affezionato, non fossero né interessanti né stimolanti. Tornando a quel foglio, ero sicuro che fosse un’ ottima opera prima, preziosa, e la volevo solo per me. Per la mia grotta, chiamavo così la cesta della biancheria. Lì custodivo le miei storie fantastiche e i disegni; mia mamma le chiamava “le robe strane” . Ricordo che la sera di quel giorno guidai come se ne avessi per sempre, vagai per le strade veloci della periferia, e iniziai a pensare ai grandi quesiti della vita e al tema, avevo da poco la patente, ma continuai così per ore e ore, fin quando mi accorsi di essere diventato una di quelle auto rosse fiammanti fiondate sulla superstrada del futuro. La cosa mi fece rabbrividire. Pensai di sbattermi contro ad un muro per lasciare la competizione, ma poi ragionai e capii che dal gioco non ci si può ritirare. Si può distruggere il veicolo, ma l’altra parte rimane. Capii che ciò che deve fare un buon pilota, e io lo sono, è trovare un punto nella pista in cui l’arrivo e la partenza siano abbastanza lontani da potersi dimenticare da dove si è venuti e dove si stava andando. Quella serata  diede una forte accelerata alla mia storia. Vite passate."


Tratto da "Phollia"

sabato 29 agosto 2015

Sesso e potere

Nonostante tutte le trasformazioni che hanno attraversato la nostra società il modo di intendere il sesso e più in generale la sessualità non è cambiato. E non intendo parlare del sesso libero, dell'emancipazione della donna o delle gonne sempre più corte, voglio parlare del tabù del sesso e di come influenzi la nostra identità.

La nostra sessualità sta attraversando da tempo imprecisato un vero e proprio blocco psichico. Provate a pensare ai politici come ad un gruppo di feticisti, entrambi i gruppi hanno dei gusti particolari che li spingono a ritrovarsi fra le loro idee e perversioni sociali, ma non è l'unica somiglianza e soprattutto non è la più importante. Il potere, ecco cosa lega i due gruppi. Questo agisce soprattutto sotto due forme: il potere della sottomissione e il potere della sopraffazione. Convincere gli altri a seguire le tue idee politiche o convincere qualcuno a frustarti sono espressioni dello stesso potere, ed è proprio questo il bisogno che rende la nostra società un luogo perverso e frammentato. Ma perché ricerchiamo così assennatamente il potere? Non saprei dire con esattezza quando, come o perché ma so che stiamo vivendo il grande tabù del sesso, ossia, il sesso come potere! Quando mi è capitato di vedere in TV il "Gay pride", ho capito le dimensioni di questo blocco. Vedere centinaia di uomini inneggiare alla loro sessualità come si fa per una qualche squadra di calcio mi ha molto deluso. Cosa stavano facendo? Un altro gruppo di politicanti, un'altra schiera di uomini che si dichiarano "omuncoli", che si mortificano prima del tempo. Chi sono i gay e chi gli etero? Per sapere cosa si provi a stare con uomo non occorre essere "gay" e non serve nemmeno dichiararlo al mondo; non occorre dirlo alla famiglia, all'amico o all'associazione gay e cos'altro. E se poi ci si innamora di una donna si deve spedire una raccomandata? E allora rieccoci al punto: siamo talmente ossessionati dal sesso che ci facciamo trascinare dalle sue più misere dinamiche. Se potessimo vivere la sessualità con la serenità di quando facciamo la doccia e di quando ci massaggiamo dolcemente il cuoio capelluto, tutto andrebbe meglio. Infondo fare l'amore significa  prendersi cura dell'anima, del proprio corpo e del cuoio capelluto. Come abbiamo potuto trasformare l'atto sessuale nel solito teatrino di maschere per cui l'uomo di successo dopo aver passato un'intera giornata a mostrarsi per quello che non è torna a casa e senza nemmeno togliersi la maschera deve sbattersi con virilità la moglie arrapata dal successo. Questo "omuncolo" non potrà più trasformarsi in uomo se presto o tardi non mostrerà le sue paure e la sua vera identità. Il connubio fra sesso e potere è la sconfitta dell'umanità e noi ci stiamo alla grande. 

venerdì 28 agosto 2015

Il diritto alla droga

La droga ai nostri tempi non é piú una scelta, é un diritto acquisito: "il diritto alla droga". Che non é diverso dal diritto di mangiare fino a scoppiare o da quello di far debiti che non puoi estinguere o dal diritto al gioco d'azzardo. Sto parlando del codice civile del "tutto e subito", in cui tutti gli uomini e tutte le donne hanno pari opportunità per buttare via le loro vite fra televisioni, iphone, social network e eccessi di ogni genere, dall'alcolismo alla droga. La parola d'ordine é "eccesso". Eccesso al dí sopra del principio del piacere, eccedere per consumarsi dentro e non farsi domande. E per questo a chi dice che i tossicodipendenti sono individui non inseriti nella società rispondo che in realtà i "drogati" rappresentano il futuro di questa società. Sono figli del consumismo, nonché vittime ed eredi dei suoi schemi. Trovo molto più conformista un giovane che fa uso di droghe che uno che mette su famiglia."Farsi" non é più un modo di ribellarsi, uno stile di vita o una corrente di pensiero, é quello che ci chiede il ventesimo millennio. Fatelo!

giovedì 27 agosto 2015

Scordarsi d'esistere


"[...]Avevo progettato tutto da due settimane e il sabato misi in pratica il mio piano. Staccai il contatore dell’elettricità, avvisai amici e parenti che l’indomani sarei stato tutto il giorno in montagna dove molto probabilmente il cellulare sarebbe stato fuori uso. Il giorno seguente di prima mattina, abbassai le tapparelle, posizionai sul letto il martello e l’unico orologio a mia disposizione, quando tutto fu pronto bevvi un caffè doppio al bar sotto casa, risalii chiudendo la porta a chiave, gettai le chiavi da qualche parte nell’oscurità e spensi la luce e per ultimo il telefono. Ruppi l’orologio.
A occhi spalancati regnava il buio, ci volle ben poco per disorientarmi, nel giro di un momento mi dimenticai di quale posizione stessi assumendo, dove fossi appoggiato e quanto tempo fosse trascorso. Proseguendo scordai quale immagine avesse il mio volto, perdurava l’idea per cui ogni immagine della mia mente non corrispondesse più con la realtà, sentivo il bisogno di vedere un albero o una dannata auto o un misero scorcio di città, solo per scoprire se corrispondeva alla mia idea; questo pensiero mi diede tormento per un tempo interminabile, ma non volevo cedere, pensai di essere vicino al punto in cui ci si dimentica di esistere, a metà tra la partenza e l’arrivo, sapevo di essere un buon pilota e proseguivo imperterrito, ero molto vicino, stavo per disperdermi come cenere nel mare, scivolavo lento nell’eternità, e ci ero quasi arrivato. Purtroppo ad un certo punto feci caso al mio respiro e non so come mi convinsi che stavo sognando ad occhi aperti, nel buio. Mi spaventai fortemente e cominciai ad interrogarmi sull’eventualità di restare paralizzato, bloccato nel buio, ormai non capivo più se stessi sognando o pensando, se mi stessi muovendo o no. Fu un attimo e fu il panico. Avevo davvero avvisato amici e parenti, staccato il telefono, il contatore? A questa domanda crollai e iniziai a pizzicarmi le braccia per svegliarmi, poi pensai che anche nei sogni si può provare dolore. Cercai il contatore della luce, la mia testa stava per esplodere, poi riuscii a trovare sul pavimento freddo una scatola di fiammiferi. Cerini per accendere le tenebre e li accesi ma non bastò. Vidi il tavolo in legno laccato della cucina e la vetrinetta del salotto, ma pensai ad un artificio della mia mente. Innervosito presi picchiare la fronte contro il muro, quasi a dire che l’avrei abbattuto. Trovai la soluzione ai miei problemi quando sentii il sangue colare nell’insenatura fra le mie sopracciglia. Dissi fra me e me -Nei sogni quando sopraggiunge l’impatto con la morte ci si sveglia di scatto tra le coperte inumidite e si torna alla realtà-  non ci pensai due volte e diedi fuoco alla prima cosa infiammabile che trovai: le tende. Volevo bruciare quell’incubo. Il fumo dalla finestra allarmò i vicini che fecero scattare tempestivamente il 118. Mi rinvennero svenuto e sanguinante sotto il tavolo, e non a caso [...]"



Tratto da "Phollia"

mercoledì 27 novembre 2013

Pallina gialla

Mi vesto di amari vestiti ogni qualvolta un cane si dimena e si stravolge in uno sciame di mosse, vantandosi di vana gloria su di un “bau” introflessivo: sapora d’invidia il derma dell’uomo geloso, sapiente della stupida filosofia canina. Smemorati, stupidi cani che già nel nome trasudano pezzi della loro stupidità: vita da cani, solo come un cane, come un cane che si morde la coda. Ma retorica tignosa e vana è quella. Ebbene, i cani sono saggi esteti! La loro cultura è un ceppo compatto ed istintivamente in accordo. Infatti in branchi inseguono la palla, senza badare a chi o a cosa l’abbia lanciata, o preoccuparsi della sua origine o provenienza: è una palla che vola in fianco a un muso impegnato ad afferrarla, al punto di dimenticare il precipizio che fa precipitare. La possibilità di avere preconcetti è stata loro negata, come è loro negata la memoria, troppo distratta e smemorata per infastidirsi dell’insostenibile e precaria esistenza. Ed eccoli, schivi, a scuotersi timori e insicurezza a fior di pelo, lasciandoli librare nell’aria, in balìa di indefinite correnti che prima o dopo porteranno la palla in volo. Questa dimensione li rende i migliori esteti che io abbia mai conosciuto poiché han designato la bellezza dell’essere come capostipite della loro scienza che a questo punto immagino sia: se la palla si sposta di punto in punto durante il suo volo, significa che esiste nello stesso modo in cui esistono i punti che tocca. La palla che esiste, saltella ogni volta che il suolo le piomba prepotentemente addosso; quindi, il suolo esiste, e noi cani, che sul suo terreno ci muoviamo, esistiamo almeno quanto la terra e il cielo; almeno quanto la pallina gialla. E se la palla si incastra su un albero, essa lo sostiene e lo rende vivo: ora l’albero potrà esistere. Questa è la forma più limpida e scarna di questo gargantuoso globo! Nella fenomenologia canina, ciascun elemento percepibile ha in comune una stessa esistenza. Dalle api al miele, dall’uomo alle macchine: di questi elementi, ci è permessa una sola, inalienabile verità; che sia il mondo di Dio, di una pecora, di un uomo, di una macchina del caffè, la cosa certa è che le cose che ci appaiono hanno in comune la stessa esistenza, che si confessa negli alberi che producono ossigeno, e nei polmoni che producono il respiro, e in molto altro. Ma la cosa fondamentale, è saper interiorizzare questa verità, non passando la vita a spremere le esistenze altrui per aggrapparsi alle proprie. È un suicidio dell’universo interiore, è la palla con le incluse cose a far funzionare la dinamo. Quadrupedi non tanto evoluti, o non abbastanza per essere capiti; ma io ora capisco le vostre ragioni fatte d’intuito. Un referendum canino nel chissà quando e chissà dove, abrogò l’uso della parola e della lingua umana, poiché considerata oltremodo inutile, deviata, involutiva per il peso della sua inconsistenza. Pallina gialla, dal colore degli astri e dei fulmini, dal colore di questo arco vitale.

Tratto da "Apolide"

L'inganno

Animali da società in cima alla scala evolutiva: è così che ci riconosciamo? Un sottile eufemismo, forse? E poi, con quale unità di misura ci crediamo più evoluti? Forse di presunzione? Differenti dagli animali per intelligenza, ma viceversa menomati e differenti da loro per non meno legittime qualità, che siano uditive, olfattive, visive. Presuntuosi guerrafondai, pensiamo che la potenza di togliere la vita al mondo sia la miglioria della specie umana. Esseri da società, ma non da branco. Esseri da società, possediamo una non invidiabile memoria, memoria che è il fulcro del pensiero, il punto archimedeo dell’intelletto che ci permette di ricordare per apprendere, ricordare per costruire e poi migliorare in cerchio fino a rincorrere l’infinito per alimentarci. La ricerca dell’infinito deriva dalla conoscenza, che a sua volta è radicata nella memoria. Come possiamo sentirci pieni, appagati, ricchi emotivamente, istantaneamente felici, se la memoria ci ricorda che non c’è nulla di stravolgente, e che è già successo altre volte, centinaia di volte in milioni di modi diversi? Ecco, come possiamo? Lei ti sfianca, lacerandoti con la sua loquace ma laboriosa attitudine al divinizzare i ricordi passati, bramando dall’interno la biologica infelicità, e dice: <> e incalza dicendo: <>. È l’inganno, e noi ci caschiamo eternamente, riempiendoci di soldi, sognando di fare carriera, sfidando i limiti che ci accomunano, in risposta al serpente tentatore della memoria, e ai consigli su come diventare speciale. Per me, è la ricerca del delirio d’onnipotenza, della droga per eccellenza, poiché in essa risiedono le biologiche follie umane dall’effetto autodistruttivo. Insaziabili, incontentabili, è naturale, fa parte di noi e così, senza stupore o scrupoli, ci ammassiamo in società che abbiamo assemblato, costruito per prolungare la vita cercando di stupirci ancora, ancora e ancora, con un figlio, e ancora un’ultima volta quando ci stupiamo del precoce incombere della morte e ci irrigidiamo pensando la nostra esistenza come una canzone di cinque minuti di rincorsa fugace verso l’essere apolide. Non penso sia niente di più di una sinfonia composta da accordi di breve emozione, e suonata da mani sudate e logore: un lungo tempo per impararla e cinque minuti per godersela. Il tempo perde la sua importanza quando non porta allo scopo, al gaio scopo. Non ritengo ingiusto o mortificante ridurre la vita a una canzone di cinque fugaci ma turgidi minuti, perché la vita è fin troppo lunga, e se non la si cavalca, poderosa lei non corre.

giovedì 13 settembre 2012

Talking about my generation.

Parafrasando in poche righe il disagio della nostra giovane generazione, sto per descrivere la fiorente e florida crisi esistenziale a cui i ragazzi di oggi sono inevitabilmente soggetti. Il carattere sociale della nostra generazione come in quelle passate, e' stato ed e' segnato dal contesto sociale in cui e' nato e cresciuto, nel nostro caso dal contesto socio-economico del capitalismo. Partendo da questo presupposto e' chiaro che la crisi socio-economica del nostro tempo e' in rapporto di interdipendenza con la crisi "spirituale" della nostra generazione. Analizzando il carattere sociale nei primi galoppanti anni del capitalismo, posso affermare che il boom economico e l'attenzione scientifico-industriale che vi fu all'epoca pose le basi per una visione della vita sempre più laica e di fede evoluzionistica; la scienza applicata in massa e su larga scala porto' benessere e innovazione. In questo modo l'ondata tecnologica rispondeva perfettamente all'incertezza della vita, la scienza divenne una vera e propria profezia messianica che presto ci avrebbe portato a scoprire la vita. E per questo tutti cavalcarono l'onda con lo sguardo rivolto al futuro e alla globalizzazione. Esse furono generazioni apparentemente felici, disposte a combattere e a lavorare incessantemente per il proprio futuro e per quella messianica profezia evoluzionistica! Ebbene, ora la nostra generazione si trova a far fronte alla crisi economica e alla crisi messianica, visto che il sistema scientifico proprio come il capitalismo sembrano destinati ad aggrovigliarsi l'uno nell'altro, senza nessuna risposta, senza lieto fine e tanto meno senza nessuna morale da poterci insegnare. Tutti ci siamo sentiti o ci sentiamo svagati, precari, insicuri, senza alcuno scopo, senza sapere cosa voler fare della propria vita o della propria carierà scolastica. Questo perché noi subiamo una doppia crisi che i nostri padri cercano di tappare con filo,toppe e demagogia, quando oramai e' talmente chiaro che i giovani sono sempre più morti: alienati e intorpiditi da video games e televisione, che a differenza della realtà possono dare finalmente ed indistintamente ad ognuno di noi una propria fresca identità.

venerdì 31 agosto 2012

Amore: solitudine

Per dirla alla Fromm: "paradossalmente, per imparare l'arte di amare, bisogna imparare a stare da soli". Mi rivolgo ai voi lettori per offrirvi senza alcun sacrificio o rinuncia, una riflessione sulla nascita del cosiddetto "amore". Alla nascita come alla morte ognuno di noi e' solo, e questo e' il requisito fondamentale per lo sviluppo dell'"amore". Siamo sbucati dalle viscere del nulla e spediti nel luminoso mondo; accecati, spaventati e nudi ci hanno messi al mondo; poi ci hanno istruiti alla logica e al principio di causa-effetto. Piccoli animali senza senno obbligati il prima possibile a scontrarsi con Dio, imparando il timore, la paura, la pietà e il rispetto delle leggi del bene e del male. In modo sintetico si può dire che siamo nati in quanto animali, che subito dopo sono stati educati ad essere esseri umani. La solitudine e' il requisito fondamentale per lo sviluppo del grande cuore rosso: da cuccioli giocosi a bambini studiosi, intimoriti, impauriti e quindi soli. Soli e lontani da un "Padre-causa" a cui potersi legare: questi bambini tristi non sono altro che l'"effetto" della logica! Posso affermare che l'"amore" e' la ricetta segreta creata da ogni individuo per rimediare all' inevitabile insicurezza che questa educazione ci trasmette. Con questo capitolo ho deciso di demitizzare la figura del grande cuore rosso e del concetto caricaturale di amore che viene impartito nei vari oratori e nella stragrande maggioranza delle famiglie. Non sono intenzionato a entrare nel merito della mia ricetta, poiché preferisco offrire ai lettori la possibilità di confezionarne una propria che non sia influenzata dai miei ingredienti.

Il liquido consiglio.

Allora, qual e' il bisogno autentico di vita ai nostri giorni? Quale sia, non lo so più. Da bambino ero convinto di poterlo trovare tra le righe dei grossi giornali, o di poterlo rintracciare sul fondo delle grandi impronte o magari di poterlo intravedere nelle spesse, ovali lenti degli occhiali da vista. Ero persino convinto che il cane l'avesse seppellito in giardino. Ma queste giovani credenze mi furono strappate tempo fa, quando conobbi per la prima volta la "società degli homo sapiens sapiens con gli occhiali". La stretta dura e grave della mano pian piano mi fece rabbrividire, di colpo mi sentii soffocare da quel convenzionale gesto, la spigolosa mano mi attanaglio la vita, mentre la sua gemella cullava del buon vino bianco. Alquanto impaurito e curioso, assaporai dal calice quel denso e liquido consiglio, che mi lascio un nuovo gusto sulla lingua, come un soffio aromatizzato, e così, rincuorato al gusto, salutai l'inespressa vita vissuta fino a quel momento , senza un nome per ricordarla o un ricordo per rimpiangerla. Mi rammarica non ricordare quella breve, infantile melodia, forse tempo perfetta per essere sporcata da laconiche memorie. E adesso, mi ritrovo a brindare, con vino, alla vita nella via degli occhialuti gentiluomini dalle spesse lenti e dalle grandi impronte. Non poi così grandi!

Tratto da "Apolide"

martedì 21 agosto 2012

Amore dopo amore.

Definire la parola amore e' semplice se, appunto, la si ritiene solo una parola. Definire il concetto che simbolicamente questa parola vuole racchiudere e' assai più complesso. Esso e' talmente confuso da non essere riassumibile o semplificabile. L' unico modo per affrontare seriamente le cose dell' amore e' smitizzare il loro simbolo: il grande cuore rosso. Il dittatore rosso che quando batte forte sul petto, esige amore! Il cuore inteso come organo ha ben poco sentimento, lo definirei un lavoratore instancabile, alle volte appassionato e alle volte svogliato, nient' altro. Certo, senza il cuore non c'e vita come senza amore non si vive! Beh, per la gioia di molti posso affermare che di persone dal cuore "pulsante" ma non "amante" ne conosco in gran quantità. I "pulsanti non amanti" raffigurano perfettamente la classe confusa-media che ha equivocato l' amore con altro. Questo attaccamento a figure fatte, decise, finite, copiate, perfette, e' attribuibile all' arte figurativa più che a quella concettuale, più alla propaganda che alla morale, più a un gigantesco cuore di paillette che a una piccola illustrazione. E' per noi un grosso problema risalire dal circolo dei prodotti dell' amore, soprattutto ora che ne siamo così dipendenti. Vorremmo riempirci di cuori e lustrini, di anelli, di regali, di amici, di prodotti, di quadri, di vestiti con simboli, di auto con simboli, di simboli sulla pelle e infine di bambini e bambini sui quali appiccicare i nostri simboli! Pensare di ambire a dei figli propri, pensare di ambire a tonnellate di discendenti nel nostro mondo e' da vero essere "pulsante"; esso e' il "pulsante" per eccellenza! Colui che pulsa con disamore e superbia, colui che ambisce alla discendenza e all' ereditarietà dei geni, mentre, l' egotismo contemporaneo tritura milioni di bambini al giorno. Sono turbato, mi fermo qui per ora!

sabato 11 agosto 2012

Facebook si dichiara innocente!

Pochi mesi fa ho deciso di non usare più Facebook. Il movente di tale suicidio digitale e' stato sostanzialmente uno solo: mi sentivo come una azienda in cerca di clienti! La "Boni Danilo" si impegnava nel pubblicizare video, slogan personali e link sulla sua bacheca in modo da rendersi appetibile al mercato, ma non per profitto economico come solitamente fanno le aziende, bensì per l'arricchimento del proprio ego, del proprio potere o della formazione di esso. Perché? Perché questa spasmodica ricerca di mi piace, di amici in quantità, di farsi conoscere tramite una bacheca? Perché ci sentiamo soli, e a maggior ragione in una società che detrona la natura e l'ecosistema della Terra. La natura dovrebbe confortarci da questa precaria esistenza, invece di essere nostra schiava e cavia; e se non ci conforta lei quello che ci rimane e' la distruzione, il potere, il consumismo, l'ingordigia e Facebook creato da noi per ricreare una natura comune e il contesto nel quale sentirci confortati: a nostro agio senza compromettere il sistema! Perfetto e comodo per ogni personalità che sia la più introversa, la più estroversa, la più esibizionista, la più coscienziosa, la più seducente. Bello, facile, veloce, gratuito e aperto a tutti. Qualsiasi persona può trovarsi con centinaia di amici con un paio di click. Proprio per queste sue caratteristiche inoffensive, mansuete, e rispettose nei confronti del sistema mondiale economico e' il movimento pacificatore che offrirà lunga vita all'uomo consumatore medio. Per quanto riguarda l'informazione in Fb, il suo più grande difetto consiste nell'aver posto dei processi di selezione automatica e di filtro nella Home. Intendo dire che se un utente viene inizialmente attirato da un certo link, o da un qualche profilo, inevitabilmente la sua curiosità informatica sara' filtrata e calibrata a quel link o a quel profilo, non offrendo più all'utente la libertà di scelta che esso aveva al primo click! E' come se per ognuno Fb creasse una cartella di riferimento con scritti interessi, amici, e argomenti preferiti e veicolasse già dal primo click tutta l'informazione di quel suddetto utente, come se volesse immobilizzarlo per non fargli conoscere altro! Un po' come la televisione di oggi ha la capacita' di farti divertire al punto di non ricordarti più dove sei e come ci sei arrivato! Questa e' la mia critica e io mi dichiaro colpevole di averla postata!

martedì 7 agosto 2012

Il carattere marcantile dell'era moderna (seconda parte).

L'eroe cristiano e' il martire perché, come nella tradizione giudaica la realizzazione suprema dell'essere consiste nel dare la propria vita per Dio o per il prossimo. La figura del martire e' in antitesi con gli idoli della religione pagana, ossia, eroi il cui obiettivo e' la conquista della vittoria, della distruzione, delle abilita' belliche, dell'onore e della gloria. Quali dei due modelli inconciliabilmente opposti continua ad avere la prevalenza nel nostro mondo? Proprio in concomitanza delle olimpiadi mi sono reso conto del paganesimo socioeconomico in cui viviamo. Provate a pensare al paragone fra i giochi olimpici dell'antica grecia e quelli attuali; ebbene, nonostante gran parte dell'Europa sia di religione cristiana ogni quattro anni la gente e' follemente entusiasta di celebrare questa espressione simbolica di paganesimo e di acclamare con nazionalismo l'eoroe vittorioso, colui che ha il favore degli dei, colui che si e' imposto sugli altri e che li ha sconfitti. Questa rappresentazione non si addice proprio alla tradizione giudaica della rinuncia, della povertà, del donarsi agli altri. Perlopiù le olimpiadi di oggi hanno perso pure l'onore e la gloria di cui erano intrise nell'antichita, e questo grazie all'affarismo e la pubblicità che circolano dietro ogni atleta e ogni gradinata. Tutte questi componenti stanno coltivando in noi non l'amore per l'uomo, ma l'amore per gli idoli; intendo dire che siamo giunti ad un livello di disumanizzazione tale che ogni uomo e' portato a pensare a Dio come all'unico beneficiario dell'amore, e che esso sia un idolo, un Gesu' che ogni giorno si sacrifica al nostro posto per garantirci un incondizionato amore per tutti. Ma la realtà e' che noi non sappiamo più amare, e amando sempre meno adoriamo dei falsi idoli costruiti a pennello per non farci smettere di lavorare e di gettare carbone nella grande macchina-sociale.

lunedì 6 agosto 2012

Il carattere mercantile dell'era moderna.

Per quanto concerne l'uomo e al suo carattere moderno, si deve premettere che il carattere umano e' legato inscindibilmente a quello della società in cui vive. Detto questo proviamo a fremarci un attimo e riflettere su come noi realmente ci rapportiamo all'essere umano; non intendo parlare di amici, parenti o fidanzate, intendo parlare del rapporto che si ha con i propri sentimenti e di riflesso con quelli degli altri, parlo della coscienza. Vi e' mai capitato di sentirvi in contrasto con le vostre emozioni durante quei momenti passati in ufficio, in fabbrica, in chiesa, a pranzo con i genitori? L'ultima volta che mi e' successo e' stato quando avevo scordato il mio portafoglio in una gelateria e tornato in dietro per riprenderlo, trovai una donna sulla soglia della porta che me lo diede. Io la ringraziai e la salutai vivamente. Subito dopo il gelataio mi chiamo' al bancone dicendomi che sarebbe stato il caso di dare alla signora la meta' dei soldi contenuti nel mio portafoglio, allora io, stupito domandai il perché al signore e lui mi rispose che era buon senso fare così e che tutti lo fanno. A quel punto poteva tenerseli tutti i soldi! Perché ridarmeli per poi accettarne la meta'? E questo e' il punto focale sul quale gira il carattere mercantile: una società di mercati non può che allevare giovani contabili educati al rispetto per le regole della finanza e del profitto. E se questa macchina economica e' alimentata dalla religione industriale, ossia, quella delle indulgenze, quella delle guerre, quella "pagana" della chiesa cattolica. Se succede questo, ed e' successo,noi tutti perdiamo di umanità. Come nel caso dei famosi burocrati tanto avvezzi a numeri, sondaggi e statistiche impersonali manipolate dalla televisione e dalla propaganda. Per non parlare degli operai "di serie"! Essi sono solo numeri che girano fino a quando intontiti vanno a sbattere contro alle cabine elettorali, nelle quali alienati votano il nome più' chiacchierato. Ah, questa si che e' democrazia! Un esempio di burocrate moderno potrebbe essere quel nazista che al processo di Norimberga dichiaro': " io non odio gli ebrei, e non amo i tedeschi. Io non amo e non odio! Quindi, perché non avrei dovuto rispettare gli ordini?". Sicuramente un discorso logico per una persona disumanizzata, ed io di queste persone ne vedo sempre di più! Forse, io stesso lo sono in parte. Sono cambiate le modalità, ma la macchina economica da allora non ha più smesso di funzionare e di consumare coscienze. Ora e' solo meno chiassosa e fumosa. Oggi, ogni cosa ha un prezzo, pure restituire ad un ragazzo il portafoglio dimenticato c'e l'ha! Ma per quale motivo non rubare quei soldi? Per il Dio dell'ipocrisia, dell'apparenza, e della legge? CONTINUA ... CONTINUA ...

giovedì 2 agosto 2012

Come un sorriso in rigor mortis.

Come un sorriso in rigor mortis La frase costante: << Ma che cazzo me ne frega>>, aggiornata a seconda delle giornate, << di quanto sei dimagrito, dei tuoi obliqui o di tua mamma >>. Ho voglia di perdermi da qualche parte, mi voglio perdere per ritrovarmi. Ma ritrovare cosa? I miei scopi, le mie passioni sono insignificanti davanti alla voglia che ho di perdermi; perdermi anche in tutte queste parole che vomito di getto, non c'entro io, se quello che voglio e' perdermi. Ci deve essere qualcosa che funge da diversivo nelle nostre ripetitive giornate; mi sentirei mancare, se succedesse un che di strambo, se si muovesse ora lo caccerei, talmente sono affranto ed emotivamente anestetizzato. Cosa c'e che non va? Nulla, nulla che non vada contro ogni reale ipotesi, nulla in cui credere realmente, nulla di cui stupirsi, ed ora non voglio più niente, e neanche gettando questo mio disagio su delle candide pagine penso che la mia serata possa cambiare. Potrà farlo domani o un giorno in cui un chissà chi come me condividerà questo mio monologo; ma cosa cambierà? Fraterna compassione, immedesimazione, comprensione: tutti sentimenti nobili, ma solo attimi di sollievo in un pianeta dilaniato dallo sconforto. La felicita' e' nella condivisione, ne sono certo, ma due pianeti "malati" che si mischiano nel loro dolore, sono felici? E' questa l'arrendevole verità? E se fosse così, perché a me non basta? Cosa vado cercando? Perché non ci si adatta alla vita frenetica, artificiale e materialista creando una pienezza interiore, artificiosa, e forse fantasticamente fantastica? E' l'evoluzione mentale che non e' al passo con i tempi? Penso sinceramente che l'etica perpetuata dall'umanità non possa convivere nella società del mentre, anch'essa figlia dell'umanità; ma ora non possiedo spavalderia o presunzione per poter giudicare nel dettaglio queste mie congetture poiché risulterebbe anacronistico, avventato e sgarbato per le vite che, come trottole, girano innocenti su di un piedistallo ben saldo a terra, abbarbicato fra radici ormai decadute. E da esse non si svincolano, non spaziano, perché l'universo fa paura, e così pavide ristagnano. Perché non si muovono? E' per una convenzione di moto che meccanicamente li regola e li vincola a conservarsi vivendo il più a lungo possibile. Che bisogno hanno di una simile convenzione? Tale consuetudine nasce da un'irrefrenabile, primordiale ed autentico bisogno di vita, un bisogno condensato nelle condizioni sfavorevoli del passato che tanto risalto han dato agli aspetti più profondi e viscerali dell'uomo e, tra questi, la necessita' di vita. L'eco di quei vecchi desideri ora riecheggia presuntuoso fra le genti, ormai non più sfavorite. Eco e' ora radice che si allunga di generazione in generazione, e si proclama verità legittima, non curandosi del tempo e del suo movimento che scorre, muta con il mutare, e con lui i bisogni, le certezze, le necessita. Ma non le lunghe radici! Le secolari convinzioni devono essere recise , sradicate, poiché con la superbia di chi e' stato adorato, intrappolano i flussi di pensiero, le coscienze e l'avvento dei nuovi bisogni moderni. E' una trappola che si aziona per dovere, per etichetta e per inerzia; le convinzioni regnano incontrastate tra le menti incatenate da falsi miti.

mercoledì 1 agosto 2012

Hang the DJ!

... avrei voluto fare come ognuno di loro: saltare, ballare, percuotere, schernire, fumare,ma io non ero di quelli. Ragazzo a tratti impacciato, compagno di scuola ideale e timido amico che se ne stava a rimuginare pensieri, in disparte, chiedendosi come sarebbe stata la fine del mondo. Molte volte mi capito' di volermi confrontare sull'amore, ma non trovai musica che mi potesse allietare. Il benedetto DJ di turno il sabato sera, scandiva le sue parole d'amore, ma io non ebbi mai chiaro cosa significassero. Curiosai fra la pista da ballo in cerca dell'amore, ma vidi solo gambe, bacini e carni che sbattevano le une contro le altre, come il martello che batte sull'incudine. Uscii da quella fucina quando dal nulla si levo' un grido che a tutti, tranne che a me, pareva essere chiaro : "voglio le mani!" grido' il benedetto DJ. Ed ecco le mani della gente levarsi al suo cospetto, mentre il suo santo sudore benediva i fortunati seguaci accalorati sotto di lui: era uno di quelli famosi! Hang the blessed DJ! Impiccatelo, perché la musica che continuamente suona non parla di me e della mia vita! Impiccatelo perché la musica e' poesia su melodia, e lui non sa' nemmeno scrivere! Impiccatelo perché quello che esprime per me non ha senso!